La rinascita dalle ceneri del conflitto
«Il lusso non necessariamente corrisponde al denaro. Si potrebbe quasi dire che il lusso è un’arte, come dire che la moda è un’arte, un’arte figurativa con uno schema a sé»
Roberto Capucci
Gli anni ’40 sono un periodo molto particolare per quanto riguarda gli sviluppi della moda. Possiamo suddividere il decennio in due parti: un primo periodo, in cui vi è un totale arresto del settore abbigliamento, dovuto alla guerra, ed in cui va per la maggiore la politica di riutilizzo e recupero, ed una seconda fase, verso il 1950, di ripresa, quando la società sentì il bisogno di distrarsi dalle tragedie appena passate e tornare a vivere.
In periodo di guerra molte fabbriche tessili chiudono e vengono riutilizzate per la produzione di armamenti e supplementi da trincea, il che rende molto più difficile reperire le materie prime. Gli stessi governi, inoltre, pongono una serie di norme per la limitazione degli sprechi durante il periodo bellico e quello appena successivo. In Inghilterra, ad esempio, il programma Utility (1942) stabiliva criteri ben precisi per la realizzazione di abiti, controllando il prezzo e la quantità dell’85% dell’abbigliamento sul mercato. È il periodo del patchwork e dell’inventiva casalinga, i vestiti venivano creati con pezzi di stoffa spesso non uniformi, con risultati che dimostravano il commovente impegno delle donne di non cedere di fronte agli eventi tragici, alla perenne ricerca di un abito “nuovo”, ma per nulla elegante.
Le riviste di moda oramai non proponevano più nuove collezioni, ma insegnavano l’arte del “make-do-and-mend”, ossia “arrangiarsi e riciclare”, cercando di riutilizzare qualsiasi cosa che si fosse salvato ai bombardamenti. Persino Chanel, a poche settimane dallo scoppio della guerra, decide di chiudere la maison, dichiarando «non è più tempo di vestiti».
Le uniche influenze stilistiche, in questo primo periodo, sono date dal mondo militare. L’abbigliamento classico femminile consisteva di norma in un semplice tailleur dal taglio severo, la cui gonna spesso copriva a malapena le ginocchia, non per una sensuale provocazione, ma per mancanza di stoffa. A questo, si abbinavano stravaganti copricapi, che erano in grado di donare fascino e contemporaneamente spostare lo sguardo da un corpo malvestito e mascherare capelli che non potevano essere adeguatamente tagliati.
La figura femminile in generale assume un aspetto molto rigoroso, squadrato e asciutto, evidenziato dalle spalle imbottite di giacche e cappotti, di foggia militare, e dalle gonne molto corte, simbolo evidente di povertà.

Solo il cinema, che con i suoi divi continua a far sognare il benessere, sembra rimanere avulso dalla tragedia della guerra. Fu in parte dovuto ad una serie di manovre, volte a risollevare il morale della popolazione al fronte: alcune case cinematografiche ottennero ad esempio l’accesso a delle limitate scorte di tessuto pregiato per poter vestire le star.
Tutto cambia nel febbraio del 1947, quando Christian Dior propone la sua Ligne Corolle, o, come fu ribattezzata, New Look, in una sfilata a Parigi. Un nuovo stile, elegante, sensuale, ma nello stesso tempo di tradizione sartoriale antica, nella quale è il vestito che disegna la forma femminile, e non viceversa. Spalle arrotondate, vita stretta, gonna ampia, ondulante e frusciante, lunga fino a metà polpaccio, rinforzata da fodera di crine: è il ritorno della donna clessidra, dal seno generoso e dal vitino di vespa.
La donna del dopoguerra vive una rinnovata stagione di sogno: lontana dalle riflessioni troppo seriose delle femministe, la donna di Dior vive la sua vita come una delle principesse e delle attrici del momento. Riappare tra gli indumenti intimi il corsetto dal sapore ottocentesco, che rielabora le linee del corpo femminile riscoprendone nuove rotondità. Marchel Rochas nel 1946 lo attacca alle calza inventando la Guépière.
Dal mondo del cinema abbiamo il lancio di alcuni particolari stili d’abbigliamento ad opera delle maggiori dive hollywoodiane, prima fra tutte la svedese Ingrid Bergman. Con il film Casablanca, l’attrice incarna l’ideale di quello che sarà definito l’american style dell’epoca, elegante e calibrato, senza stravaganze. Ammirato ed imitato, fu anche il look da California girl: sportivo, raggiante e semplice, consacrato da Lauren Bacall in Acque del sud.
Anche le pettinature tornano ad essere uno dei punti focali della sensualità femminile. I capelli lunghi sciolti, imitanti quelli delle attrici cinematografiche, sono esibiti anche in mancanza di gioielli e pellicce. Veronica Lake divenne famosa per la sua folta capigliatura morbida e ondulata, lunga fin sotto le spalle, che esibiva con una ciocca studiata a coprire un occhio.
Altra icona dell’epoca, Lana Turner, si distinse nell’ampia schiera delle sweater-girls, che diedero inizio alla moda dei pullover aderenti, di cui fece parte agli esordi anche Marilyn Monroe.

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