Un timido ritorno al colore
Anche per l’abbigliamento maschile, come per quello femminile gli anni della seconda guerra mondiale risultano particolarmente infruttuosi per quanto riguarda le innovazioni, sia nella confezione che nello stile.
La fase post bellica risulta assai complessa, principalmente per due motivi: in primo luogo perché le materie prime sono difficili da reperire, visto che gran parte delle industrie tessili era stata convertita per la produzione di materiali ad uso militare; in secondo luogo perché nella maggior parte degli Stati viene imposta una politica fortemente votata al risparmio ed al riutilizzo, come nel caso del programma britannico Utility.
La maggior parte degli uomini si trova quindi a consumare le vecchie divise, che venivano trasformate in abiti civili, mentre i pochi capi “nuovi” sono confezionati con scampoli di vecchie stoffe o addirittura con pezzi di vecchi abiti: è un periodo di grande utilizzo della tecnica del Patchwork.
Per l’abbigliamento maschile anni ’40 si punta alla riduzione di ogni spreco o abbondanza di tessuto: persino le pences del pantalone classico vengono eliminate, rendendoli più aderenti. L’eleganza, dopo il conflitto, passa decisamente in secondo piano, a favore del risparmio e della praticità.
Ma sarà, tuttavia, proprio quest’ultima caratteristica, legata alla buona qualità, uno dei punti di forza che alimentano l’innovazione stilistica del dopoguerra: l’abbigliamento maschile, solitamente legato alla tradizione, comincia dopo il ‘47 ad adattarsi alla vita attiva.
Pantaloni e giacche diventano più comodi e morbidi, perdendo, nel caso delle giacche, parte delle intelature interne, mentre gli impermeabili vengono ora confezionati in gabardine con manica a raglan, più ampi e leggermente corti rispetto agli standard. Le camicie si allargano sul dorso permettendo una maggiore mobilità, mentre il colletto delle medesime si fa sempre più appuntito, inizio della deformazione che avrà il suo culmine negli anni ’70.
Lo spezzato è la tipologia d’abito da giorno più utilizzata, in parte poiché ovviava la difficoltà di reperimento della stoffa (spesso insufficiente per confezionare un abito intero), in parte poiché permetteva una maggiore versatilità negli abbinamenti. Sotto allo spezzato era d’uso comune la camicia bianca ed una cravatta sottile.

Compaiono in questi anni le camicie di flanella a motivi scozzesi che segnano quello che viene definito il “timido ritorno al colore” degli anni ‘40. In fase di ripresa, infatti, si registra una spiccata tendenza all’impiego di tessuti improntati ad un più vivace cromatismo sia nell’abbigliamento maschile comune che in quello più formale, finora sempre rimasto fortemente legato alle regole tradizionali. A fianco delle camicie colorate ed ai tessuti inglesi, appaiono giacche sportive in lana pied de poul e completi con tessuti a righe; sotto le giacche da cerimonia, ora molto meno rigide, spesso si utilizzano gilet di colori vivaci.
Questo movimento verso il colore deriva in parte dall’influenza americana: camicie dai colori forti, solitamente abbinate ai jeans erano d’uso comune presso la popolazione nera d’America e divennero parte della moda Europea con la diffusione della musica Jazz.
Sempre da oltreoceano arriverà all’inizio degli anni ’50 la nuova linea a V: spalle larghe e imbottite e fianchi stretti a segnare la vita diverranno il nuovo stile dell’abbigliamento maschile.
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