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Shim Sham routine

Una delle jazz routine maggiormente conosciute e apprezzate è, senza alcun dubbio, lo Shim Sham.

— A cura di Erika Baruzzi di Slidin’ Shoes Swing Dancers

Shim Sham Storia Leonard Reed

Foto: Leonard Reed, Autore sconosciuto / Fonte / Licenza

Shim Sham Shimmy: la storia

In ogni serata di social dance, in qualsiasi parte del mondo, c’è sempre un momento a lui dedicato ed è un momento speciale, di unione, in cui non hanno importanza età o livello di ballo. È un momento di pura gioia, durante il quale la sala è illuminata dai sorrisi dei ballerini.

Questa celebre coreografia, apparentemente così nota, affonda le sue radici in un tempo lontano, non sempre ben conosciuto, e nei movimenti delle danze africane.

Poiché siamo convinti e consapevoli di quanto sia fondamentale conoscere la storia di ciò che balliamo, anche al fine di preservare e diffondere la storia della danza afro-americana, vi proponiamo perciò un po’ di storia dello Shim Sham, con qualche curiosità e aneddoto.

Origini

Già nel 1908 si parla di “Shimmy”, inteso come ballo, nel testo della canzone “The Bullfrog hop”, scritta dal pianista compositore Perry Bradford: lo shimmy consisteva nello “shakerare” tutto il corpo partendo dal movimento delle spalle. Divenne poi un successo nazionale nel 1922, quando l’attrice e ballerina Gilda Gray lo presentò nelle Ziegfield Follie, una serie di spettacoli teatrali prodotti a Broadway dal 1907 al 1931, che comprendevano numeri musicali e sketch comici.

Verosimilmente attorno al 1927 Leornard Reed e Willie Bryant, ballerini di tap dance, in tournee con le Whitman Sisters nel circuito dei teatri T.O.B.A. (Theatre Owners Booking Association), misero a punto un nuovo finale per il loro show, una semplice combinazione di passi standard (double shuffle, cross over, tacky Annie, and half breaks) sulle note di “Turkey in the straw”, chiamando la loro routine “Goofus”.

Si narra che Jo Jones, altro noto ballerino di tap, recatosi a New York, diede vita a un nuovo gruppo di spettacolo, “The Three Little Words”, che iniziò ad esibirsi nei più conosciuti club di Harlem, presentando come “Shim Sham” la coreografia di Reed e Bryan, rallentata e con qualche modifica (secondo la versione di Marshall e Jean Stearn riportata nel libro “Jazz Dance” del 1968). A tal proposito, in alcune interviste rilasciate tra il 1959 e il 1962, Leonard Reed, riferendosi a loro dichiarò: “We worked it out, and they got credit for introducing it”.

Le origini del nome “Shim Sham” sono controverse: secondo lo stesso Leonard Reed la coreografia venne chiamata così dal nome di un locale in cui spesso veniva portata in scena, il Dickie Well’s Shim Sham Club; secondo invece il ballerino di tap Howard “Stretch” Johnson “shim” era una contrazione di “she-him”, un riferimento al fatto che al “101 Ranch”, altro noto locale di Harlem, le ballerine del chorus line erano interpretate da uomini (Boyd, Herb “Autobiography of a People: three Centuries of African American history told by those who lived it”, 2000).

A ogni modo, lo Shim Sham divenne popolare nel 1931, proprio nel periodo in cui i Three little words si esibivano al Connie’s Inn; Joe Jones ricorda le loro esibizioni con queste parole:

“Chiudevamo lo spettacolo con lo Shim Sham invitando tutti a salire sul palco e l’intero club si scatenava con noi, camerieri compresi”.

Il senso di “collettività” e unione che si respira durante lo Shim Sham ai giorni nostri non deve essere molto diverso da quello che si respirava allora!

Lo Shim Sham si diffuse rapidamente, non solo tra i ballerini di tap, in tutte le sale da ballo; Norma Miller, parlando proprio degli anni 1930 e 1931, cita ad esempio il Cotton Club:

“…provavamo tutti i nuovi passi: il Black Bottom, lo Shimmy, il Picking Cherries, e un nuovo ballo che veniva presentato al Cotton Club, chiamato Shim Sham. Io e Betty, una mia amica, ci allenavamo insieme.

Sua madre era una ballerina del chorus line al Cotton Club e Betty lo aveva imparato da lei. Io lo imparai da Betty. Quel giorno continuai a provare i passi anche sulla strada verso casa e non li dimenticai più”

(Norma Miller, “Swingin’at the Savoy. The memoir of a jazz dancer”, 1996)
Foto di Frankie Manning in Herräng, Summer of 2005
Frankie Manning a Herräng, estate 2005.

Arrivò anche nella famosissima Savoy Ballroom. Tuttavia Frankie Manning, personaggio in assoluto tra i più importanti nella storia del lindy hop, ricorda che non aveva la stessa rilevanza di oggi: non veniva annunciato, né organizzato, né associato a un brano particolare e, in linea generale, i ballerini non vi prestavano molta attenzione.

Qualche anno più tardi, verosimilmente tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’50, al Savoy veniva ballata una versione particolare dello Shim Sham, oggi conosciuta come “Al & Leon Shim Sham” (dai nomi dei ballerini Al Minns e Leon James). Questa versione è stata ripresa nel 1951 circa per il film documentario “The Spirit moves” di Mura Dehn, nel quale sono proprio Al e Leon a guidare gli altri ballerini del Savoy Ballroom nella coreografia. Non ci sono comunque video precedenti a questo e non è quindi possibile dire se sia la stessa versione di cui parlava Frankie.

Anche Dean Collins, ballerino a cui si fa spesso riferimento quando si parla di “Lindy Hop Hollywood Style” (stile di ballo ricostruito da Erik Robison e Sylvia Skylar sulla base dei film del 1930 e del 1940 in cui comparivano ballerini come Dean Collins, Jewel McGowan, Jean Veloz e altri. Erik e Sylvia furono i primi a chiamarlo “Hollywood Style”), creò intorno al 1938 una propria versione dello Shim Sham, finalizzata non tanto al “ballo sociale”, quanto alle esibizioni. A tal proposito si segnala proprio un’esibizione del 1983, dove lo Shim Sham di Dean Collins viene eseguito nella sua interezza dalla stesso Collins e da Bart Bartolo.

A metà degli anni ’80 Frankie Manning creò una speciale versione dello Shim Sham dedicata ai ballerini di swing; questa versione, complice anche il ruolo e l’importanza rivestita da Frankie nel periodo della “riscoperta” del lindy hop, è oggi quella maggiormente conosciuta e ballata in tutto il mondo.

Ma come ha fatto questa versione a diffondersi così diffusamente e capillarmente, tanto da diventare una vera e propria “tradizione” per i ballerini di swing? Ce lo racconta in un’intervista Margaret Batiuchok, co-fondatrice nel 1985 della New York Swing Dance Society e personaggio fondamentale nel “revival” del lindy hop: “Frankie mise insieme i pezzi per il suo Shim Sham e li insegnò a me e ad alcuni membri della New York Swing Dance Society; suggerii di proporlo durante le nostre serate di social dance che si tenevano a cadenza settimanale al Cat Club. Alcuni membri del consiglio erano scettici, perché pensavano che le persone non volessero essere distolte dal ballare in coppia.” (guarda l’intervista). Grazie alla sua determinazione e insistenza alla fine anche i membri più dubbiosi hanno accettato; quando era in città era Frankie stesso a guidare lo Shim Sham e in sua assenza questo compito spettava a Margaret.

Da qui in poi il resto è storia; Frankie ha iniziato a portare il lindy hop e il suo Shim Sham in giro per il mondo, facendolo diventare una coreografia fondamentale per ogni ballerino, forse quella che meglio rappresenta lo spirito di gioia e libertà che caratterizza il lindy hop.

Musica

Lo Shim Sham non nasce per essere ballato su una sola e specifica canzone, ma ben si adatta ai temi swing con struttura AABA e linea melodica con inizio sull’ottava battuta.

Per la versione di Frankie Manning molto spesso viene utilizzato il brano “Tain’t What You Do (It’s The Way That Cha Do It)” di Jimmie Lunceford and His Orchestra; altra frequente scelta musicale è “The Shim Sham Song” della Bill Elliot Swing Orchestra, scritta appositamente per accompagnare i movimenti dello Shim Sham.

Non è difficile trovare in rete numerosi video di Frankie Manning che guida lo Shim Sham; tra i tanti, particolarmente emozionante, è un video registrato nel dicembre del 1988 proprio al Cat Club di New York, con la musica della George Gee Swing Orchestra, nel quale compare anche la Regina dello Swing, Norma Miller.

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