Abbigliamento anni 60 Swing Fever

Foto: Mondriaanmode door Yves St Laurent (1966)

L’apice della contro-moda

Gli anni Sessanta portano alle massime conseguenze i fenomeni di rinnovamento che erano già emersi nel decennio precedente, incentrati sulla ricerca di nuovi ideali estetici ed ideologici che vanno ad incidere in maniera considerevole anche sull’abbigliamento.

Il prêt-à-porter, nato nel decennio precedente per rendere avvicinabile economicamente l’alta moda alle masse, si sviluppa maggiormente proprio negli anni Sessanta grazie ad una generazione di creatori dotati di nuove competenze e capacità. Il suo successo può essere spiegato in rapporto all’evoluzione dell’arte e della cultura in generale: nell’epoca della riproducibilità tecnica delle opere d’arte non scandalizza più nessuno che gli abiti diventino anch’essi riproducibili in serie per essere messi a disposizione di un pubblico più vasto.

Gli anni Sessanta sono il momento di effettivo declino della “moda destinata a pochi eletti”, grazie anche allo sviluppo industriale che porta ad un livellamento delle classi sociali e ad una conseguente conformità del gusto: la nuova società consumista gravita attorno ad una cultura di massa, propugnata da nuovi media, come la televisione.

In controtendenza rispetto a questo stile massificato, nasce una sensibilità estetica incentrata sulle esigenze di rinnovamento, in cui acquistano maggiore spazio d’espressione le generazioni giovani a scapito di quelle più anziane. Il fenomeno di contro-moda, già iniziato negli anni Cinquanta, si oppone quindi alle tendenze ufficiali: è un tipo di abbigliamento libero da schemi precostituiti, che manifesta esplicitamente, a livello di costume, l’ideologia indipendente che anima le nuove generazioni.

L’opposizione verso la società consumista e capitalista degli adulti porta i giovani ad aggregarsi in gruppi caratterizzati da interessi culturali in cui la musica, gli ideali politici e i valori spirituali, occupano un posto di primo piano. Proprio in uno dei paesi più conservatori, l’Inghilterra, si diffondono i primi fenomeni di ribellione giovanile: i Mods (abbreviazione di modernists) sono i primi ragazzi che portano una ventata di trasgressione nella conformista società anglosassone degli anni Sessanta, contrapponendosi così ai rokers ed ai teddy boys. I Mods sono ragazzi di estrazione sociale medio-bassa, che adottano tipologie di abbigliamento molto ricercato: le ragazze, in particolare, amano vestire il bianco e il nero, prediligono le fantasie optical e le giacche in vinile.

Il nuovo look femminile si orienta verso una figura di donna giovane, al massimo ventenne, un’adolescente dalle lunghe gambe magre con capelli lunghi e lisci, oppure tagliati corti, a caschetto. Twiggy è la prima modella a diventare un idolo per le teenagers, insieme a Jean Shrimpton e Penelope Tree.

Foto di Twiggy - Moda anni '60 - Swing Fever
Twiggy

Tra i grandi stilisti del momento è Yves Saint Laurent che per primo riesce a portare nell’alta moda lo spirito dell’attualità e della strada. Nel 1966 egli avvia la progettazione di una linea prêt-à-porter e apre un apposito punto vendita, chiamandolo Rive Gauche, fuori dalla Maison.

Saint Laurent si rivela stilista autenticamente geniale: sue sono le numerose novità introdotte nell’arco del decennio, come il tailleur pantalone, lo smoking femminile, le giacche sahariane, il nude look. Malgrado il chiaro riferimento al guardaroba maschile, il suo stile si è sempre rivelato estremamente femminile e seducente.

Nel 1960 presenta una collezione ispirata al look beat, nella quale non mancano maglioni neri a collo alto e giubbotti di pelle nera. L’esperienza iniziata nella maison Dior alla fine degli anni Cinquanta, si conclude bruscamente a causa delle sue proposte, ritenute troppo all’avanguardia per la clientela conservatrice della casa.

Nel 1962, assieme a Pierre Bergé, Yves Saint Laurent apre il suo atelier di moda: il 29 gennaio presenta una collezione che riscuote un successo strepitoso. I suoi tailleur, dal taglio perfetto, sono considerati gli unici che possono competere con quelli di Chanel. L’anno successivo introduce nell’alta moda un impermeabile di tela incerata nera, una casacca di daino e stivali di coccodrillo alti fino alla coscia.

Nel 1964 la stilista inglese Mary Quant introduce una rivoluzione paragonabile a quella operata da Chanel negli anni Venti: compare per la prima volta sulle passerelle la minigonna.

In parallelo, la Quant lancia Ginger Group, una linea di prêt-à-porter caratterizzata da abiti che si possono indossare separatamente. Le sue proposte, miniabiti, minigonne, tailleur pantaloni, hot-pant, collant dalle vivaci fantasie, impermeabili in pvc lucido, raccolgono un sicuro successo nell’universo giovanile. Il suo diventa, tra gli anni Sessanta e Settanta, un vero impero internazionale: col marchio della margherita nera stilizzata produce non solo abbigliamento, ma anche accessori, cosmetici, biancheria intima e per la casa.

Sempre nel ’64 nasce la collezione space-age look, per mano di Andrè Courrèges, che interrompe drasticamente qualunque tipo di riferimento con la tradizione. Egli propone abiti corti dai tagli dritti, che, sebbene confezionati con tessuti poco flessibili, sono caratterizzati da un’ottima vestibilità, con prevalenza di linee geometriche senza alcuna concessione alla decorazione: quasi un anticipo della tendenza minimalista degli anni Novanta. Nella moda spaziale anche i tessuti sono nuovi: si usano i sintetici, la plastica dura, il PVC e il lurex. Uno dei segni di riconoscimento di Courrèges, oltre al prediletto colore bianco, sono gli stivali, anch’essi ovviamente bianchi.

Le giacche dei completi sono abbinate a pantaloni stretti da portare con stivaletti corti. Le minigonne sono indossate con stivali a metà polpaccio, oppure alti fino al ginocchio.

Nel ’65 mentre si diffonde (complice il prêt-à-porter) lo stile spaziale, Saint Laurent rende omaggio al pittore olandese Piet Mondrian, riproducendo i suoi dipinti su abiti in jersey caratterizzati da linee rigorose.

In questo periodo degli anni Sessanta abbiamo un poderoso incremento della vendita di pantaloni, tanto da indurre persino Chanel a introdurli nelle sue collezioni. I modelli sono svariati, confezionati in tessuto, maglia, pelle, similpelle e in lurex: si trovano a sigaretta, larghi alla marinara, a zampa d’elefante, a vita bassa, al ginocchio (alla zuava) e perfino eleganti da smoking. Le donne conquistano così il simbolo dell’ultimo baluardo della presunta superiorità maschile. In particolare per le ragazze, indossare i pantaloni significa poter aspirare al raggiungimento della libertà di cui godono i coetanei.

Abbigliamento anni 60 Swing Fever
Mondriaanmode door Yves St Laurent (1966)

Nel 1966, nel Golden Gate di San Francisco ha luogo il primo raduno Flower Power People, che decreta la nascita del movimento hippy: il loro simbolo è il fiore e la loro ricerca spirituale è strettamente legata alle culture orientali. È un movimento legato alla totale libertà di espressione, in ogni sua forma. Gli hippy addobbano i propri corpi con motivi psichedelici, collane e bracciali, ed amano vestire con abiti multicolori, adottando capi d’abbigliamento tipici dei paesi non industrializzati, non disdegnando di abbinarli ad abiti di seconda mano degli anni ‘30 o ‘40. Ciascuno si veste come crede, i capelli crescono lunghi e incolti, ma gonne lunghe, tessuti stampati, kaftani e pantaloni a vita bassa, sono alcuni segni di riconoscimento inconfondibili del tipico abbigliamento hippy. Immancabili sono la sciarpa e le Clarks, comodi scarponcini in pelle scamosciata con suole in gomma.

Successivamente alla tendenza spaziale, nel 1967 cominciano ad emergere i segni dell’influenza hippy: caffetani di seta ricamati a mano, morbidi abiti in stoffe stampate con motivi astratti psichedelici, capi in cui l’etnico si mischia con l’esotico. Inoltre molti indumenti diventano unisex.

Nel ’68 si impongono il maxi cappotto, lungo fino ai piedi, da portare con la minigonna e il look derivato dal film Il dottor Zivago, che abbina maxicappotti con colbacchi di pelliccia; Saint Laurent lancia il nude look proponendo un abito da sera di chiffon completamente trasparente, tranne che all’altezza del pube, dove sono collocate piume di struzzo.

A partire dal 1968 nascono anche i primi movimenti di donne che rivendicano parità di diritti, di posizione sociale e liberalizzazione sessuale. In pieno clima di contestazione, la moda propone lo stile gigolo, direttamente ispirato al guardaroba maschile: pantaloni da uomo, giacche aderenti, gilet, camicia e basco.

Uno degli idoli femminili degli anni Sessanta è Jaqueline Kennedy: il suo stile essenziale, incentrato su abiti di linea prevalentemente geometrica, le gonne al ginocchio, il caratteristico cappellino rotondo esclusivamente disegnato per lei, il pill-box, che lasciava scoperto il viso, la collana di perle a tre fili, divennero un must per il periodo, come la famosissima borsa di Gucci che passerà alla storia col nome di Jackie’O.

Jacqueline Kennedy Style
Jaqueline Kennedy

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