Foto del Big Apple Night Club

Foto: Big Apple Night Club, 1930s | Richland Library / Fonte / Licenza

La Big Apple è la coreografia di solo jazz “per eccellenza”; quella che la prima volta fa restare a bocca aperta e sguardo inebetito.

La versione che tutti noi conosciamo è quella coreografata da Frankie Manning sul finire degli anni ’30, più precisamente nel 1937. Ma prima di addentrarci nel racconto che Frankie ci ha lasciato, facciamo un salto indietro nel tempo alla scoperta di una storia affascinante che, a partire dalle danze africane, ci accompagna sino a giungere alle comunità afroamericane e a una realtà di segregazione razziale e al contempo di interazione e scambio culturale.

Origini

Non ci è dato sapere quali siano le origini esatte della Big Apple, ma Katrina Hazzard Gordon, nel suo libro Jokin’: The rise of social dance formations in African American culture(1990), suggerisce che questo ballo possa trovare le sue radici nel “ring shout”, una sorta di danza dal carattere religioso, di cui si hanno tracce già prima del 1860 tra gli schiavi afro americani impiegati nelle piantagioni del Sud Carolina e della Georgia.

Il “ring shout” viene descritto come una danza circolare svolta in senso antiorario, nella quale i partecipanti cantavano, battevano mani e piedi e tenevano il tempo picchiando ritmicamente sul pavimento con un bastone o una scopa; il ring shout è ancora oggi praticato da piccole comunità nel sud degli Stati Uniti e ci sono gruppi e associazioni attivi il cui scopo è proprio quello di mantenere in vita questa danza tradizionale.

La tesi proposta da Katrina Gordon è supportata anche da Marshall e Jean Stearn che, nel loro libro Jazz Dance, nel capitolo dedicato alla diffusione e alla evoluzione dei balli africani negli Stati Uniti, descrivono una danza religiosa chiamata “Shout” che, eseguita in cerchio, prevedeva movimenti molto ampi delle braccia e del corpo, quasi in una sorta di “trance mistico”.

Si ritiene che il ballo conosciuto come Big Apple sia stato creato, partendo dalle origini sopra descritte, agli inizi degli anni ’30 nella città di Columbia, nel Sud Carolina, da giovani afro americani che si riunivano al “Big Apple Night Club”, una sinagoga sconsacrata convertita in juke joint.

Nel 1936, tre studenti bianchi dell’Università del Sud Carolina, Billy Spivey, Donald Davis e Harold “Goo-Goo” Wiles, passando in macchina sentirono della musica provenire dal juke joint. Sebbene fosse davvero inusuale per i bianchi accedere nei club riservati ai neri, i tre chiesero al proprietario del locale, Frank “Fat Sam” Boyd, di entrare. Skip Davis (figlio di Donald Davis), in un’intervista del 2003, racconta:

Fat acconsentì ma pose a mio padre e ai suoi amici due condizioni: avrebbero dovuto pagare 25 cent l’uno e sedersi sulla balconata.

Nei mesi immediatamente successivi i tre studenti portarono al night club molti amici che, rimasti affascinati da quel modo di ballare, pur di evitare che i ballerini si fermassero, lanciavano loro monete dalla balconata. Harold E. Ross, che all’epoca aveva 18 anni ed era un assiduo frequentatore del club, ricorda:

Portavamo con noi un sacco di nichelini perché se non avevamo più monete la musica e i ballerini si fermavano.

Probabilmente i ragazzi bianchi iniziarono a chiamare la danza dei ballerini neri “Big Apple” proprio dal nome del locale in cui la videro la prima volta.

Durante l’estate del 1937, gli studenti dell’Università del Sud Carolina iniziarono a ballare la Big Apple al Pavilion in Myrtle Beach. Betty Wood (che negli anni ’80-‘90, insieme a Lance Benishek, ebbe un ruolo fondamentale nella  riscoperta della Big Apple), la vide ballare lì per la prima volta e sei mesi dopo vinse una gara di ballo, divenendo così conosciuta come “Big Apple Betty”. La notizia di una nuova “crazy dance” arrivò presto a New York e il talent scout Gae Foster si recò in Carolina per scritturare alcuni ballerini per uno show che si sarebbe tenuto al Roxy Teather (a quel tempo il secondo teatro più grande al mondo). Al termine delle audizioni vennero scritturate otto coppie, tra cui Wood, Spivey e Davis che, a partire dal 3 settembre 1937, si esibirono nello spettacolo sei volte al giorno, per tre settimane, sempre con il tutto esaurito.

Ovviamente ciò diede un notevole contributo alla popolarità del ballo;  anche Arthur Murray, famosissimo istruttore di danza e uomo d’affari, contribuì notevolmente alla diffusione della Big Apple, inserendola nel programma di studio di “swing dance” delle sue scuole di ballo (numerosissime e sparse in tutti gli Stati Uniti), dopo averla vista ballare proprio al Roxy.

Ecco due video interessanti su come, in quegli anni, venisse ballata e utilizzata nei film la Big Apple:

A questo punto della storia entra in scena anche Frankie Manning, che in quel periodo si trovava, come lui stesso racconta, insieme ad altre tre coppie dei Whitey’s Lindy Hoppers in viaggio verso Hollywood, per registrare una sequenza di lindy hop per il film “Everybody sing”, con Judy Garland. Prima di arrivare in California, Frankie ricevette un telegramma da Herbert “Whitey” White, il loro manager, che gli parlava di questo nuovo ballo, chiamato Big Apple, diventato a New York una vera e propria mania. Frankie non aveva mai visto ballare la Big Apple, ma basandosi sulla descrizione fattagli da Whitey coreografò una “Big Apple routine” per il suo gruppo:

Whitey mi chiese di creare una “Big Apple routine” per i Lindy Hoppers, così mi misi al lavoro. Per prima cosa lessi la lettera e provai a visualizzare i movimenti. Pensavo: “Di che diavolo sta parlando? Poi iniziai a mettere la musica e a creare i passi. Inizialmente usai “John’s Idea” di Count Basie, ma alla fine optai per “One o’ clock jump” perchè era un po’ più lenta e più swingante.

Poiché la coreografia di Frankie era una combinazione di jazz steps con i quali i lindy hoppers avevano molta familiarità (per esempio Truckin’, Suzie-Q, Boogies), il gruppo la imparò molto velocemente e la eseguì per il film, anche se purtroppo la scena venne tagliata a causa di una diatriba tra il regista e Whitey.

Quando il gruppo tornò ad Harlem, Manning insegnò la sua personale Big Apple agli altri Whitey’s Lindy Hoppers, senza aver mai visto la versione dei ballerini della Big Apple al Roxy.

Alla fine del 1937 la Big Apple era diventata ormai un fenomeno nazionale, tanto che il 20 Dicembre di quell’anno il famoso magazine “Life” pubblicò un articolo di ben quattro pagine sulla Big Apple, predicendo che quello sarebbe stato ricordato come “l’anno della Big Apple”.

Sempre dedicato alla Big Apple ricordiamo il video documentario, scritto e diretto da Judy Pritchett nel 2009, “Dancing the Big Apple 1937”.

Qualche anno più tardi, nel 1939, i Whitey’s Lindy Hoppers si esibirono con la Big Apple di Frankie Manning nel film Keep Punching”; questa versione è stata poi ricreata dai gruppi di lindy hop di tutto il mondo e impazza ancora oggi nelle nostre sale da ballo.

E voi, quale versione della Big Apple preferite? Quella di Frankie Manning o le versioni precedenti? Avete già imparato questa routine o è fra i vostri buoni propositi per il futuro?

Fateci sapere nei commenti!

Foto di ballerini che ballano la Big Apple Routine
Ballerini che ballano la Big Apple routine

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