Oggi la maggior parte dei ballerini la conosce come “Mama’s Stew” ma non tutti sanno che, in origine, il suo nome era semplicemente “Stew”.

Stiamo parlando di una classica routine di solo jazz, energica e coinvolgente, comunemente ballata sulle elettrizzanti note del brano “Hand Clappin’” di Red Prisock (altro brano spesso utilizzato è “Jumpin’at the Woodside” della Count Basie Orchestra ); se non l’avete mai vista prima, non perdere tempo e date subito un’occhiata ai link sotto riportati:

Mama Stew – Florent Llamas, Julien Callegaro, Rémy Kouakou Kouame
Mama stew – Gaby Cook & Mikey Pedroza

Le origini della Mama’s Stew: Mama Lu

Lo Stew viene da molti attribuito alla ballerina Louise Parks, meglio nota come Mama Lu (dalla quale deriva il nome “Mama’s Stew”) che, in effetti, la utilizzava con la sua troupe di ballo in apertura dei propri spettacoli.

Tuttavia, se è indubbio che Mama Lu abbia portato alla ribalta questa coreografia, non tutti sono concordi sul fatto che ne sia stata l’ideatrice.

Più voci sostengono, infatti, che lo “Stew” sia stato coreografato dai ballerini Lee Moates, George Sullivan e Delma Nicholson, lindy hoppers di “terza generazione” del Savoy di Harlem, che l’avrebbero utilizzata come riscaldamento prima di iniziare i loro allenamenti e preparare le loro esibizioni.

Questa versione è testimoniata da più parti che dichiarano di averla direttamente sentita raccontare da George Sullivan in persona, prima della sua morte avvenuta nel 2021 (a riguardo si leggano i commenti al seguente video).

Certo è che questi ballerini, successivi alla generazione di lindy hoppers di cui faceva parte Frankie Manning, furono sicuramente insegnanti e mentori di Mama Lu ed è quindi verosimile che possa averla imparata da loro.

Ma chi era Mama Lou Parks? E perché questo personaggio è così importante per il lindy hop?

Louise Parks (1929-1990) era una guardarobiera che lavorava al Savoy Ballroom negli anni cinquanta e che, sotto la guida, tra gli altri, dei ballerini sopra menzionati, divenne essa stessa una lindy hopper a tutti gli effetti (“Swing, Baby Swing! Quando Harlem dettava legge a suon di Swing!” di Norma Miller, pag.45).

Quando il Savoy Ballroom chiuse nel 1958, per poi riaprire nel Bronx tre anni più tardi con il nome di Savoy Manor, il suo proprietario, Charles Buchanan, esortò l’ultimo illustre gruppo di Savoy Lindy Hoppers ad assumersi la responsabilità di organizzare nel nuovo locale i preliminari di lindy hop per la Harvest Moon Ball Dance Competition che, dal 1935, si teneva ogni anno al Madison Square Garden. Mama Lu accettò l’invito (o forse dovremmo dire raccolse la sfida…) e riuscì a creare un nuovo scenario che, da un lato attrasse nuovi ballerini, dall’altro preparò nuovi campioni di lindy hop che si distinsero nelle successive edizioni dell’Harvest Moon Ball.

“La competizione Harvest Moon Ball si chiuse alla sua quarantesima edizione nel 1974, e la stessa associazione che ne gestiva l’organizzazione dall’anno successivo proseguì con un evento molto più piccolo. Nel 1980 decisero di non includere più il lindy hop come categoria” – pag. 39 “Swing, Baby Swing! Quando Harlem dettava legge a suon di Swing!” di Norma Miller

Ma il suo costante impegno non si limitò a questo. Nel 1959, come si può leggere anche nel suo necrologio, formò un gruppo di ballo che si esibì per tutti gli Stati Uniti e che, sul finire degli anni ‘60,  prese parte al tour “Back to Africa” (sponsorizzato dal Dipartimento di Stato e organizzato da Mura Dehn), che coinvolse otto paesi africani, inclusa l’Etiopia, nella quale ballarono niente di meno che per l’imperatore Hailé Selassié.

Mama Lu Parks & Her Parkets

Quando negli anni ’70 l’interesse per il lindy hop negli USA declinò ulteriormente, Mama Lou non si diede per vinta e rivolse la sua attenzione all’Europa, dove alcuni dei suoi ballerini erano già stati in tournée in Svezia tra il 1963 e il 1964 con il “King Coleman Show”. La compagnia iniziò dunque, nel 1978, a lavorare nel circuito dei migliori festival jazz europei di George Wein che li riportò insieme alle maggiori big band (George Wein – 3 ottobre 1925-13 settembre 2021 – è stato un promotore, pianista e produttore jazz americano.  È stato il fondatore del Newport Jazz Festival , che si tiene ogni estate a Newport, Rhode Island . Ha anche co-fondato il Newport Folk Festival con Pete Seeger e Theodore Bikel ed è stato determinante nella fondazione del New Orleans Jazz and Heritage Festival.).

Queste esibizioni attirarono l’attenzione di una compagnia televisiva britannica che nel 1981 le commissionò la rimessa in scena di uno degli eventi che Mama Lu tenne allo Small’s Paradise Club sulla 7th Avenue ad Harlem. Il filmato, della durata di circa un’ora, andò in onda l’anno successivo nel “The South Bank Show” (programma televisivo incentrato su arte e cultura) e suscitò così tanto interesse che Mama Lou e la sua compagnia si esibirono per tutto il Regno Unito per i successivi due anni, tenendo anche alcuni seminari di danza.

Due dei partecipanti a uno di questi seminari, Terry Monaghan (a lei dobbiamo questo interessante articolo su Mama Lou) e Warren Heyes, decisero di creare una compagnia di lindy hop britannica, la “Jiving Lindyhoppers” che includeva non solo i ballerini sopracitati ma anche un giovanissimo Ryan Francois.

E siamo dunque arrivati ai famosi anni ottanta, spesso definiti gli anni della rinascita e della riscoperta del lindy hop, accompagnando Mama Lou Parker in ben vent’anni di attività. Certo che, tornando per un momento al nostro punto di partenza, ovvero allo Stew, se anche inizialmente fosse stato coreografato da Sullivan e da altri ballerini del Savoy, è del tutto verosimile che, nel corso di un ventennio, Mama Lou o altri ballerini della sua troupe lo abbiano personalizzato e fatto proprio, in nome dell’evoluzione stessa che da sempre caratterizza la musica e la danza jazz.

La storia sopra raccontata, più che dare la possibilità di scoprire le origini esatte di questa coreografia, offre però un interessante spunto di riflessione:

è proprio corretto affermare che il lindy hop sia “morto” dopo la seconda guerra mondiale per essere poi riscoperto solo agli inizi degli anni ottanta?

O forse sarebbe meglio ringraziare e valorizzare maggiormente personaggi come Mama Lou che si sono adoperati per mantenerlo vivo tra la fine degli anni ‘50 e i primi anni ’80, nonostante l’interesse della massa e dei media fosse diminuito significativamente?

Appare un po’ semplicistico parlare di “rinascita” del lindy hop perché, seppur con sfaccettature diverse, questo ballo sembra non essere mai davvero morto.

E non dobbiamo dimenticare che ora il testimone è nelle nostre mani e abbiamo, non soltanto la possibilità, ma la responsabilità di far sì che non muoia mai.

Lunga vita al Lindy hop!

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